Una guida agli obiettivi utilizzati da Stanley Kubrick

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Lo strettissimo rapporto fra Cinema e Fotografia è splendidamente rappresentato da figure come quella di Stanley Kubrick, autore di fondamentali pagine della storia del Cinema, che non a caso deve moltissimo alla sua robusta esperienza come fotografo.

Appassionato di fotografia fin dall'infanzia, Kubrick iniziò a lavorare giovanissimo per la rivista Look in veste di fotoreporter. Da questa esperienza derivarono non solamente la consapevolezza nella costruzione dell'immagine e lo sviluppo di un linguaggio visivo che esprimerà al meglio nella sua carriera di regista, ma anche una conoscenza dei mezzi tecnici del mestiere decisamente fuori dell'ordinario.

In particolare, Kubrick è stato un profondo conoscitore e appassionato di obiettivi, consapevole, da fotografo quale era, che le ottiche sono la parte più importante nella creazione delle immagini cinematografiche.

Nel video che segue, Joe Dunton (che è stato il proprietario di una delle maggiori aziende londinesi di noleggi cinematografici ed ha lavorato a stretto contatto con Kubrick) passa in rassegna la notevole collezione di obiettivi appartenuta al regista, evidenziando le particolarità dei pezzi più interessanti.

Dal racconto di Dunton, apprendiamo diversi aspetti interessanti sul modo di scegliere ed utilizzare le ottiche da parte di Kubrick.

Innanzi tutto, il regista era solito far modificare gli obiettivi per adattarli alla sua cinepresa favorita, la Arriflex IIc, sulla quale montava anche ottiche di derivazione puramente fotografica.

Altro dettaglio che rivela la cura esasperata che Kubrick dedicava al comparto fotografico, è che ordinava diversi esemplari di uno stesso obiettivo, anche 10 pezzi identici, per scegliere il migliore: questo perché fino ad anni relativamente recenti gli obiettivi cinematografici professionali erano in larga parte assemblati a mano, specialmente le lenti venivano ancora molate manualmente, quindi ogni esemplare differiva leggermente dagli altri, aveva una sua “personalità”, e Kubrick sceglieva quello che secondo lui aveva la resa migliore, prestando un'attenzione maniacale a questa decisione. La realizzazione di queste lenti era un processo con una importante dimensione artigianale, che teneva in considerazione la qualità delle immagini successivamente ottenute per indirizzare o migliorare la loro lavorazione. Le ottiche attuali sono costruite, invece, con processi altamente automatizzati, certamente più efficienti, ma, come sottolinea Dunton, “I computer non guardano le immagini”.

Stanley Kubrick era un grande collezionista di obiettivi, al pari di molti fotografi che letteralmente sono innamorati di certe lenti e ne fanno un elemento irrinunciabile della propria attrezzatura. Per questo motivo, Kubrick acquistava personalmente gli obiettivi che impiegava nei suoi film, diversamente da quanto avviene di solito, per cui registi e operatori preferiscono di volta in volta noleggiare le ottiche, senza peraltro effettuare i meticolosi test kubrickiani.

Nella sua collezione, molte ottiche diverse: Schneider, Zeiss, Cooke, Kinoptic, Angénieux. Dunton evidenzia i preferiti di Kubrick, i Cooke Speed-Panchro 18 e 25mm, ma anche il vero pezzo forte: lo Zeiss Planar 50mm f/0.7, forse l'obiettivo più famoso di tutti i tempi, reso tale dalle incredibili riprese a lume di candela che ha permesso di effettuare nel film Barry Lyndon (completamente girato in luce naturale, una sfida tecnica enorme con i mezzi di 40 anni fa).

Originariamente sviluppato per le fotocamere Hasselblad utilizzate dalla NASA per le missioni Apollo, il Planar, dotato di eccezionale luminosità, era concepito per scattare fotografie con la messa a fuoco regolata all'infinito (per riprendere, ad esempio, la Terra dalla Luna o altre scene poste a grande distanza dall'astronauta/fotografo). Colpito dalle sue caratteristiche tecniche (tra cui un impareggiabile sfocato) e intuendone le grandi potenzialità espressive, Kubrick riuscì ad ottenerne ben 3 sul totale di soli 10 esemplari prodotti, facendoli modificare profondamente per essere innestati su una cinepresa Mitchell BNC, anch'essa modificata appositamente.

La storia della scelta del Planar, non è solo un dettaglio per amatori o una curiosità come se ne potrebbero raccontare tante a margine di una carriera eccezionale come quella di Stanley Kubrick.

È anche la prova della grande vivacità intellettuale di un artista che ha costruito tutta la sua opera sulla continua sperimentazione del proprio linguaggio visivo, una vivacità che gli ha permesso, al di là della grande consapevolezza tecnica, di intuire inedite possibilità espressive anche in un freddo strumento scientifico, il Planar, nato per mappare la faccia nascosta della Luna in un'epoca proiettata verso la conquista di un “futuro” che sembrava ormai a un passo, e reinventato per raccontare la storia decadente di Barry Lyndon, a lume di candela nella vecchia Europa del 18° secolo.

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Letto 542 volte Ultima modifica il Sabato, 09 Luglio 2016 22:46

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