Apocalisse nel deserto (di Werner Herzog, 1992)

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Girato all'indomani della ritirata irachena dal Kuwait durante la Prima Guerra del Golfo, Apocalisse nel deserto è una stordente elegia dell'autodistruzione umana, sublimata da Herzog in un film di grandiosa bellezza visuale. Un capolavoro epico, inclassificabile come documentario se non a condizione di stare al geniale gioco del regista: un viaggio su un pianeta alieno colpito da una catastrofe cosmica di immani proporzioni.

Non c'è nessun riferimento storico, nessun collegamento esplicito ai fatti reali ben noti: nel film di Herzog c'è solo la distaccata contemplazione dei campi petroliferi in fiamme (incendiati per rappresaglia dall'esercito iracheno ormai sconfitto), accompagnata da sporadici interventi in voce-off del regista/narratore, che decifra in quello sterminato scenario di distruzione la natura oscura dell'animo umano, da una prospettiva decontestualizzata, aliena. Nel titolo originale del film, Lektionen in Finsternis, cioè “Lezioni di Oscurità”, c'è già un accenno alla tesi di questa indagine herzoghiana.

Il pianeta ritratto in Apocalisse nel deserto è un mondo avvolto da lingue di fuoco che si innalzano fino al cielo, offuscato da pesanti nubi di fumo nero che per chilometri tagliano l'orizzonte. Un luogo imputridito da giganteschi laghi di petrolio ribollente formatisi in superficie, in cui si muovono “creature” (non umani, quindi) in lotta fra macerie di strutture collassate e scheletri d'acciaio. Una visione “fantascientifica” simile ai mondi inospitali che gravitano nell'universo, sconvolti da perenni cataclismi naturali, resa realistica dall'eccezionale fotografia diretta da Paul Berriff, che grazie alla collaborazione con un abile pilota di elicottero, ha girato sequenze di grandiosa e violenta bellezza, volando nel cuore degli incendi oppure mostrando dall'alto, come un lamento funebre, l'inimmaginabile devastazione del territorio. Queste immagini aeree, ipnotiche e strazianti, scorrono sullo schermo insieme a pochissime parole che ne fissano la forma poetica e desolante attraverso i distaccati, documentaristici testi di Herzog.

Eppure è ancora la parola, con la sua assenza, ad esprimere tangibilmente l'orrore del potere dell'uomo sull'uomo: viene data voce a due donne, due madri, toccate dal conflitto. La prima cerca di raccontare di come abbia perso i suoi figli, torturati a morte davanti ai suoi occhi, ma a causa dello shock ha perso la capacità di articolare le parole. Della sua storia rimarrà solamente un incerto balbettare. La seconda donna tiene in braccio il figlio. Racconta della notte in cui i soldati sono entrati in casa sua e le hanno barbaramente ucciso il marito: da quel momento il bambino non ha mai più parlato. In queste mute testimonianze di sopravvissuti è condensato il fiume di violenza che ha preceduto l'Apocalisse. E alcuni passaggi della biblica Apocalisse di Giovanni sono letti da Herzog durante la maestosa scena centrale del film, un autentico volo sull'Inferno, accompagnato da un brano de Il Crepuscolo degli Dei di Wagner.

Girato come un documentario ma disseminato di elementi di finzione necessari alla messinscena poetica, Apocalisse nel deserto è una straordinaria ricognizione sulle tenebre della natura umana, rappresentata da Herzog come implicitamente distruttiva. Un film di devastante potenza visiva e letteraria, frutto dell'indomito spirito sovversivo del regista di Monaco, che ancora una volta rovescia le regole del fare cinema per realizzare un'opera che va oltre ogni definizione. La stessa tecnica di commistione fra elementi reali e fittizi, già sperimentata in Fata Morgana, sarà successivamente riutilizzata da Herzog per dare vita a un altro capolavoro, L'ignoto spazio profondo, del 2005.

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Letto 409 volte Ultima modifica il Martedì, 16 Agosto 2016 20:50

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