Kuroneko (di Kaneto Shindō, 1968)

Kuroneko (di Kaneto Shindō, 1968) (c) Janus Films
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Quattro anni dopo il bellissimo Onibaba, Shindō torna all'horror con un revenge movie sovrannaturale non privo di critica sociale: Kuroneko, un'elegante rappresentazione di miti e mostri tradizionali giapponesi, che attinge alle forme teatrali del Noh e del Kabuki. Ancora una volta le protagoniste sono due donne che, ferite dagli uomini e dalle atrocità della guerra, torneranno dall'inferno per cercare vendetta.

Giappone medievale, imperversa la guerra per il dominio sull'Impero. Un gruppo di una ventina di guerrieri esce da un fitto bosco di bambù per depredare una modesta casa di contadini: vi troveranno un po' di cibo e due donne, Yone e sua nuora Shige, che saranno violentate ripetutamente. Dopo la razzia, gli uomini lasceranno le donne a giacere sul pavimento, ormai prive di sensi, e daranno fuoco alla loro abitazione, per poi dileguarsi nel bosco da cui erano usciti.

I corpi delle donne, straziati dalle violenze e dalle fiamme, rimarranno fra le macerie fumanti della casa, vegliati solamente da un gatto nero randagio (il titolo del film è una crasi fra le parole giapponesi kuroi/nero e neko/gatto). Il gatto nero leccherà le ferite delle donne, in un atto dalla natura ambigua di gesto pietoso e di predazione vampiresca di cui più avanti si realizzeranno gli effetti.

Presso Kyoto, l'antica capitale dell'Impero nei cui dintorni è ambientata l'azione, un samurai a cavallo giunge nottetempo alla porta Rajomon. Qui incontra una pallida figura femminile, in un ampio kimono bianco, che lo attende sul ciglio della strada. È Shige, la bella giovane seviziata insieme alla suocera all'inizio del film. Shige riferisce al samurai che ha bisogno di attraversare il bosco di bambù per tornare a casa, ma durante la notte la strada è infestata dai banditi ed ha timore a proseguire da sola. Chiede quindi al cavaliere di scortarla lungo il cammino. Questi accetta e, attraversato il fitto bosco, viene invitato dalla donna a entrare nella sua grande casa per ristorarsi. Qui ritroveremo Yone, la donna più anziana, anche lei pallida e in un elegante kimono. Le donne serviranno cibo e saké al cavaliere, che nei suoi discorsi racconterà spavaldamente della condizione privilegiata dei samurai, in un Impero militarizzato e in guerra permanente. Lui stesso, dice, prima della guerra era un miserabile contadino, ma adesso aveva rispetto e potere. In questo passaggio apprendiamo che il marito di Shige, figlio di Yone, è anch'esso partito per la guerra, ma da allora le donne ne hanno perso ogni notizia. Il samurai, in un crescendo di disinvoltura e di bevute di saké, rincuora le donne, dicendo che anche il marito di Shige tornerà presto a casa da eroe. Troppo preso dai suoi boriosi discorsi, l'uomo non si avvede dei primi segni della natura ultraterrena delle donne: la coda di capelli di Yone si muoverà come una coda di animale e per un attimo, dalla manica del kimono di Shige, anziché la sua mano spunterà un arto bestiale ricoperto di pelo nero.

Ormai ubriaco, l'uomo viene lasciato solo con la bella Shige, che non tenterà di resistere ai suoi approcci, ma lo attirerà in un'alcova circondata da velature trasparenti dove consumeranno un rapporto sessuale. Intanto, fattasi da parte, Yone inizierà una solitaria danza rituale che lascerà presagire un epilogo stregonesco. Infatti, quando l'esausto samurai si abbandonerà sul giaciglio, Shige lo azzannerà al collo e attraverso i veli trasparenti dell'alcova la vedremo infierire su di lui. All'indomani, Il cadavere del samurai sarà ritrovato con la gola squarciata fra le rovine della casa delle donne, incendiata all'inizio del film. Da quel momento, ogni notte, con il solito espediente, si ripeterà lo stesso massacro, come vittime sempre i samurai, con grande sgomento della popolazione e fra i militari, che indentificheranno in quegli omicidi l'opera di un essere demoniaco.

Intanto la guerra prosegue. Nel corso di una cruenta battaglia combattuta in un canneto, un anonimo e cencioso soldato riesce ad uccidere il sanguinario comandante nemico. Consegnerà al proprio generale la testa mozzata del nemico e sarà promosso al rango di samurai. Il giovane in questione è Gintoki, un modesto contadino strappato alla sua famiglia dalla guerra. Per onorare il suo nuovo status di nobile guerriero, a Gintoki viene ordinato di uccidere il mostro che nottetempo fa strage di samurai. Come ricompensa, per lui ci saranno donne e onori. Gintoki inizierà a perlustrare il territorio alla ricerca del mostro. Quando, al limitare del bosco di bambù, giungerà presso le macerie della casa delle donne, che era anche la sua casa, scopriremo che lui è il figlio e marito che Yone e Shige disperavano di rivedere e che ora il destino gli metterà spietatamente contro.

In Kuroneko, Kaneto Shindō recupera diversi elementi già visti nel suo precedente capolavoro Onibaba: la coppia di donne antieroine protagoniste, la guerra come esercizio fine a sé stesso, che spezza le famiglie e degrada l'umanità, il sesso come motore dell'agire umano e una cupa dimensione esoterica ricalcata dalla mitologia tradizionale. Ma Kuroneko non è la semplice riproposizione di una formula già sperimentata con successo.

Nel film, infatti, vengono elaborati i conflitti interiori dei protagonisti, in particolare di Shige, che nella sua nuova natura di spettro dovrà scegliere fra l'amore per il marito e la fedeltà al suo giuramento sanguinario, fatto insieme a Yone in punto di morte affinché gli Dèi del male le facessero tornare sulla terra per vendicarsi dei samurai. Interessante anche rilevare una certa critica politica, meno evidente rispetto a Onibaba, ma presente e caratteristica del cinema di Shindō, nella storia di vendetta/riscatto di personaggi umili, vessati da uomini di potere mossi unicamente da mire egoistiche e materiali. A tale proposito, la figura del gatto nero in cui le donne trasmuteranno simbolicamente il loro spirito, è legata non solo alla sua tradizionale fama di creatura dotata di poteri occulti, ma anche di animale negletto, che vive randagio ai margini delle società umane. Identificando l'emarginazione dell'animale con la condizione delle sventurate protagoniste, Shindō inscena la ribellione e il desiderio di riscatto di un'intera classe sociale.

La fotografia è diretta dall'ottimo Kiyomi Kuroda che, diversamente da quanto realizzato nel claustrofobico Onibaba, in Kuroneko crea un'atmosfera rarefatta e misteriosa, che elegantemente mette in risalto la particolare scenografia del film: gran parte dell'azione si svolge nell'illusoria casa delle donne, un edificio visibile ai margini del bosco di bambù solo dal tramonto all'alba, per poi dissolversi al mattino sulle rovine della loro casa incendiata all'inizio. Questa raffinata abitazione notturna è scenograficamente concepita in modo da ricordare un palcoscenico, dove in effetti è facile ritrovare, anche grazie alla misurata recitazione degli attori e alle soluzioni fotografiche di Kuroda, evidenti collegamenti alle forme teatrali del folklore giapponese.

Doverosa menzione, infine, per le splendide musiche di Hikaru Hayashi, che impiega strumenti tradizionali accanto a sonorità sperimentali per realizzare una composizione minimalista e suggestiva, perfettamente aderente alle oscure atmosfere del film.

 

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Altre informazioni sul film

  • Titolo originale: Yabu no naka no kuroneko
  • Paese e anno di produzione: Giappone 1968
  • Regia: Kaneto Shindō
  • Interpreti principali: Nobuko Otowa (Yone), Kiwako Taichi (Shige), Kichiemon Nakamura (Gintoki)
Letto 246 volte Ultima modifica il Sabato, 15 Ottobre 2016 11:45

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