Leviathan (di Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel, 2012)

Vota questo articolo
(0 Voti)

Girato utilizzando una ventina di videocamere GoPro collocate in posizioni impossibili, a bordo di un peschereccio nell'estremo nord della costa atlantica degli Stati Uniti, Leviathan è un documentario(?) che trasforma le immagini del reale in pura sperimentazione artistica.

Il film è un progetto del Sensory Ethnography Lab (SEL) dell'Università di Harvard, laboratorio di ricerca etnoantropologica fondato e diretto da Lucien Castaing-Taylor (antropologo e regista) e Ernst Karel (musicista, antropologo e fonografo). Il SEL è un innovativo centro interdisciplinare che si pone l'obiettivo di realizzare lavori di analisi antropologica impiegando diversi media (fotografia, cinematografia, flussi sonori, videoinstallazioni) e combinando estetica ed etnografia, in contrasto con la tradizione accademica che vede la scrittura quale veicolo cognitivo privilegiato rispetto al “vissuto”.

In Leviathan si susseguono, senza alcuna narrazione verbale, scene di pesca a bordo delle navi che solcano il freddo e insidioso mare che bagna New Bedford, città portuale resa celebre dal Moby Dick di Melville e tuttora uno dei principali porti nordamericani. Ma questa riduttiva sinossi non deve far pensare a un'opera che sia anche solo vagamente didascalica o reportagistica, perché in realtà Leviathan è un allucinante e sanguinario viaggio nelle tenebre dell'animo.

Il titolo è un esplicito richiamo al biblico mostro del Libro di Giobbe (41:23-26):

Fa ribollire come pentola il gorgo, fa del mare come un vaso da unguenti.

Dietro a sé produce una bianca scia e l'abisso appare canuto.

Nessuno sulla terra è pari a lui, fatto per non aver paura.

Lo teme ogni essere più altero; egli è il re su tutte le fiere più superbe.

Ma la bestia del film è ancora più spaventosa di quella leggendaria: è un possente tritacarne galleggiante, un mostro meccanico animato dall'uomo, che grazie ad esso moltiplica il suo potere distruttivo sulla natura e quindi su sé stesso. Nelle ripetute razzie di ogni specie di animali marini, permesse da un arsenale tecnologico invincibile (reti chilometriche, motori possenti, infallibili strumenti di caccia), si smarrisce completamente il senso dell'atavico, naturale dualismo preda/predatore, in un'orgia di uccisioni industriali talmente sfrenata da trasfigurare anche il ruolo degli stessi pescatori, uomini visibilmente provati dalla fatica del mestiere, dalle intemperie del mare aperto, dai pericoli della navigazione notturna fra le onde insidiose: ingranaggi di questo apparato di morte, ma a loro volta carne da macello sacrificata al profitto. Impossibile non collegare queste scene all'opera di Melville: un mare tremendo e ammaliante, la lotta brutale contro la natura di un essere umano incapace di conciliarsi con essa, in immagini che porgono un funereo saluto all'alba dell'Antropocene.

Le estreme condizioni in cui Leviathan è stato girato e il linguaggio scelto dagli autori per esaltare la dimensione sensoriale della loro esperienza in mare, hanno richiesto l'impiego delle piccole e indistruttibili videocamere GoPro. Queste, destinate essenzialmente a un utilizzo amatoriale, aggiungono alla fotografia del film un sapore lo-fi che rende ancora più “sporche” ed efficaci le sue immagini ipnotiche, riprese da angolazioni impensabili, in parte soggette alle interazioni casuali con l'ambiente. Sfruttando la compattezza e l'impermeabilità delle microcamere, i registi le hanno collocate ovunque potessero riprendere, spesso da vicinissimo, anche quei momenti della pesca apparentemente marginali: sulle reti, sullo scafo della nave, a galla in una vasca fra i pesci appena catturati. E anche addosso agli stessi pescatori, mostrandoci la loro visione in soggettiva. Il risultato è uno shock sensoriale poderoso: l'immersione in un inferno liquido e buio, in cui la componente sonora ha un ruolo centrale, restituendo il fragore delle macchine nel loro funzionamento implacabile, i suoni dei flutti che ingoiano tutto, delle lame che sventrano e spolpano, dei gabbiani che volteggiano in attesa del cibo, di corpi che faticano, si dibattono, muoiono.

In Leviathan, il visionario approccio antropologico di Castaing-Taylor e Paravel regala (anche grazie a un ottimo lavoro di montaggio) un'esperienza altamente immersiva e fisica. Un'allucinazione acquatica sul fondo oscuro dell'animo umano.

Se hai trovato interessante questo articolo, condividilo usando i pulsanti social qui sotto: mi darai un grande aiuto.

Altre informazioni sul film

Letto 236 volte Ultima modifica il Domenica, 04 Settembre 2016 13:35

Lascia un commento

L'indirizzo email non comparirà nel commento, i tuoi dati non saranno ceduti a terzi e non saranno usati per contattarti. Sei responsabile del contenuto dei tuoi commenti. I commenti ritenuti non pertinenti, offensivi o spam saranno cancellati. È vietato inserire codice html.